LinkedIn: fidarsi è bene?

linkedin skills expertise LinkedIn: fidarsi è bene?

Quando eravamo bambini ci dicevano di non parlare con gli sconosciuti, tantomeno di accettare da loro caramelle. I tempi sono cambiati e adesso i genitori di un nativo digitale devono fargli capire che non deve chattare con gli sconosciuti. Questo post però non parla di minori su Internet: parla degli sconosciuti che, a noi adulti, regalano, o addirittura vogliono farsi regalare, caramelle. Su LinkedIn.
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Mettiamo l’accento sulla TIM

timsenzalaccento Mettiamo laccento sulla TIM

Quando l’uomo con il Galaxy S4 o l’I-Phone5 incontra la donna con il Nokia 1616 da €19,99 in un bunker sotterraneo, è la donna con il Nokia da €19,99 a telefonare. Ecco perché nella dotazione non ufficiale di strumenti di cui dispone BMLab c’è anche un Nokia 1616.
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A PayPal mancano le vibranti alveolari. O un buon copy?

vibrantialveolari A PayPal mancano le vibranti alveolari. O un buon copy?

Se pensate che la cosa che i Cinesi non la pronunciano sia una barzelletta inventata per prendere in giro quella che sta diventando la potenza più importante del mondo (lo è già..?) vi sbagliate. Che c’entra PayPal? Adesso ci arriviamo…
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Risorse per Blogger: Aggregatori, RPC e Comunicati

megafono per blog1 Risorse per Blogger: Aggregatori, RPC e Comunicati

Mi trovo sempre più spesso a dover ricercare nuove risorse per condividere documenti e contenuti in rete, dal comunicato stampa alla segnalazione del nuovo blog o del nuovo sito web relativo ad un prodotto o servizio. Vi voglio segnalare alcune risorse interessanti.

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Breivik + Self Publishing = Mass Murder Manifesto

Breivik Halden Prison 01 Breivik + Self Publishing = Mass Murder Manifesto

Il periodo ci ispira riflessioni e titoli grotteschi ai limiti della decenza :)

Abbiamo già usato Breivik, che si è prestato alla classica polemica sui videogiochi cattivi maestri; ma non ci basta, c’erano altre cose da dire, la cui partenza è sicuramente il suo utilizzo della rete e del social networking.

Il suo delirante manifesto è ancora online. Io l’ho scaricato da [questo] blog, un po’ inquietante, lo ammetto: del resto è stato il primo a pubblicarlo online.

Ma l’analisi della condivisione del Manifesto 2083 (ma sarà quello vero?) e dell’effetto che ha avuto sul suo blog, che ha fatto Kevin I. Slaughter è da manuale, e la trovate qui (update: dopo la scrittura dell’articolo è stata tolto il materiale dal blog originale)

Schermata 1 Breivik + Self Publishing = Mass Murder Manifesto

Ve ne faccio una cronostoria … praticamente linkato da tutta l’editoria (online e non) che conta, dall’Huffington Post a Repubblica, dal Guardian al Telegraph, Libero, LeFigaro, The Economist ed addirittura Bloomberg!

E’ anche l’esempio perfetto di come tutto quel traffico sia fine a se stesso, convertendo solo quella che si potrebbe vedere come “la promozione del giorno” …

 

Senza altri punti di interesse (non so se dire per fortuna o purtroppo, vista la situazione) per gli utenti, il blog vive di traffico residuale per i 3/4 mesi successivi e poi torna alla sua naturale dimensione di visite.

I dati, però, sono semplicemente impressionanti: se volete aumentare le visite del vostro sito, mettete online il pdf (1518 pagine!) di un pazzo omicida e i giochi sono fatti … almeno per un po’.

SelfPublishing

Ma più interessante è la polemica legata al come kevinislaughter sarebbe entrato in possesso del manoscritto stesso.

http://www.kevinislaughter.com/2011/an-open-letter-to-massimo-introvigne/

Perché la cosa agghiacciante non è legata, a mio parere, ad eventuali connivenze di Breivik (e di kevinislaughter) con sette sataniche e amenità varie, ma al fatto che il Manifesto 2083 è un esempio assurdo, incredibile, di … self publishing di successo!

Si inizia dal… booktrailer.

Breivik sa benissimo che cosa succederà mentre il Manifesto va online, e per questo consiglia di fare alla svelta a scaricare da Youtube il video per farne una copia. Potrebbe essere rimosso (e infatti).

Poi com’è andata si capisce dai dati di KevinI.Slaughter: 100.000 accessi giornalieri, mirati, chirurgici, sulle pagine dove risiedeva l’ebook:

 

Del resto meglio essere scaricato da tanti che da pochi, è la filosofia alla base dell’auto pubblicazione:

http://radar.oreilly.com/2011/04/p2p-bittorrent-publicity-books.html

E lo dice anche Tim OReilly in una sua intervista a Forbes:

http://www.forbes.com/sites/jonbruner/2011/03/25/tim-oreilly-on-piracy-tinkering-and-the-future-of-the-book/

Ma la cosa orribilmente straordinaria è che Breivik si sia posto il problema di chiarire il tipo di licenza del Manifesto:

The content of the compendium truly belongs to everyone and is free to be distributed in any way or form. (…)  As such, the intellectual property of this compendium belongs to all Europeans across the European world and can be distributed and translated without limitations.

Io leggo Creative Commons. Beh… ovviamente European Creative Commons visto il soggetto…

Stai per uccidere settantasette persone e ti preoccupi di Creative Commons. C’è ancora qualcuno a quest’ora che vuole parlare di senso della realtà..?

Conclusioni (davvero)

Questo blog, però, non si occupa di storia: si occupa di internet, invece. Di internet come mezzo e come opportunità, e di internet come oggetto declinabile, da salvate le foche a diventa un terrorista templare antimarxista & antimusulmano.

E WebDiving in particolare si occupa di scoperchiare la pentola di internet per guardarci dentro. Alla fine, nella pentola, che si tratti di automobili o iPad ci troviamo esseri umani. Qualcosa è cambiato, tra gli esseri umani pre e post internet?

I nativi digitali sono davvero diversi da me? Oppure non conta assolutamente il fatto che nostra nipote guardi i Barbapapà su YouTube, conta solo il fatto che continui a vedere i Barbapapà?

Ci sembra che la differenza ultima sia in un unico elemento, ed è su questa differenza che cade l’asino di WebDiving, su questa differenza che vorremmo fare dibattito: la differenza tra avanti internet e dopo internet sembra ridursi a un’unica cifra metalinguistica: quella della condivisione.

In realtà quel “2.0″ sbattuto in coda a “web” sta al posto sbagliato, quel due significa al quadrato e la dimensione verticale che cambia le carte in tavola (ciò che fa internet) è la condivisione.

Una parola che diventa di difficilissima definizione e collocazione. Parola che, se si vuole, ha già subito una enorme banalizzazione. Una parola che non può essere associata a cosiddetti valori di sinistra perché tutto, dopo internet, viene condiviso. Anche il Manifesto 2083.

Perché la sapete l’unica differenza tra Hitler e Breivik? Hitler si comprò il Berghof con i diritti d’autore del Mein Kampf (che avrebbe avuto un altro titolo molto meno d’impatto se non fosse stato per l’editore che ha fatto il suo lavoro…), Breivik sceglie di andare in Creative Commons.

Dal salviamo le foche a uccidiamo i marxisti musulmani internet pianta su ogni campagna la sua bandiera. La bandiera della condivisione.

Abbiamo tutti paura di rimanere soli, di non essere letti, ma ancora si può uccidere chi riteniamo diverso. La battaglia per far sì che Ubuntu non sia soltanto un sistema operativo, e non sia un concetto applicabile a un obbrobrio come il Manifesto 2083, è combattuta su Internet, perché è la rete che ha messo a nudo l’ultima frontiera dell’autocoscienza:

comunque non vogliamo essere soli. Ciascuno di noi vuole essere letto da qualcuno.

Ecco perché gli ebook avranno un successo inarrestabile…

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Strumenti utili per Freelance (e non solo)

Traduco l’intro di questo interessante articolo trovato su Net.Tut+:

Sviluppare un sito moderno ed esteticamente piacevole non è cosa facile, nemmeno per i più “stagionati” sviluppatori. Devono essere identificate le tendenze e gli standard tecnologici del momento e determinate le modalità di inclusione nel design delll’applicazione (o sito) web. Fortunatamente il web è pieno di servizi gratuiti online che possono venire incontro a diverse necessità che nascono durante la progettazione ed il design, aiutandoci a velocizzare gli sviluppi e lavorare in maniera più efficiente.

Non posso che consigliare alcune delle applicazioni che trovate nell’articolo, oltre alle sempreverdi estensioni per Firefox come FireBug, MeasureIt, ColorZilla e la WebDeveloperToolbar le più interessanti (almeno per me) sono queste:

Inoltre, di recente, cercando materiale online per aggiornare e strutturare al meglio questo blog mi sono imbattuto in: DivaGeekDesign, sito web specializzato in risorse per bloggers, grazie ad un articolo che parlava di strumenti per Freelance.

Mi riconosco in molti degli strumenti che vengono evidenziati nel post, molti di questi li utilizzo tuttora per molti progetti. Credo la capacità  di sfruttare al massimo gli strumenti gratuiti disponibili online sia un grandissimo vantaggio competitivo in ogni campo.

Attualmente la mia configurazione:

  • Collaboration Tool: Basecamp / Do.com
  • Calendar: Google Calendar
  • Time Management: sto provando GetHarvest 
  • Invoicing: FreshBook in test (ma siamo in Italia ed è un casino)
  • Personal productivity: Licorize + ReadItLater (collegati)

Ecco i due post di riferimento anche per l’articolo che vi segnalo:

Voi cosa utilizzate?

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La tua presenza Social mattutina in 10 minuti

crimsonbars La tua presenza Social mattutina in 10 minuti

Il monitoraggio dei social media è uno step fondamentale nella gestione della presenza online, sia che tu lavori in una azienda che tu voglia invece migliorare il tuo “personal brand”. In molti ritengono questo step tra i più onerosi in fatto di ore/uomo.

Questo non è del tutto vero. Analizzare la propria presenza online è, si, un’attività quotidiana, e tale deve restare, ma il monitoraggio può essere svolto nel tempo di un caffè con i colleghi.

5 Passi / 10 minuti

No, potrebbe non essere necessario un intero team di persone per gestire il monitoraggio del tuo brand. Devi solo cercare di ottimizzare il lavoro da fare scegliendo gli strumenti giusti, che nella maggior parte dei casi sono disponibili gratis a chiunque.

Ecco 5 step, della durata di un caffè, con i quali migliorare la tua routine quotidiana di monitoraggio online:

1) Twitter check ( 2 min ):

Puoi usare le ricerche integrate di Hootsuite (per Twitter) oppure Socialmention (se vuoi allargare la base social) o Topsy (che ha anche ottime ricerche storiche), per scoprire cosa si sta dicendo a proposito del tuo brand in questo momento.

2) Google Alerts ( 2 min ):

I Google Alerts sono uno strumento potentissimo per monitorare gli eventi, il nome dell’azienda, dei prodotti o più generici brand che ritieni interessanti da seguire.

Il setup è molto semplice e molto potente contemporaneamente; puoi scegliere se ricevere aggiornamenti su uno specifico termine (o una frase) in tempo reale oppure una volta al giorno (o anche un digest settimanale).

google alert La tua presenza Social mattutina in 10 minuti

Quindi nel momento in cui qualcuno farà un post sui tuoi prodotti, un alert sarà inviato alla tua casella di posta elettronica!

3) Facebook Insight ( 1 min ):

Visita le statistiche della tua pagina facebook aziendale per scorire quali sono gli utenti che hanno “reagito” agli ultimi contenuti inseriti, chi ha interagito sharandoli e scopri chi ha commentato direttamente sul Wall della pagina.

facebook insight La tua presenza Social mattutina in 10 minuti

Perchè voi avete una Facebook fan Page vero? Oppure siete tra quelli che ancora pensano che sia meglio un profilo personale per l’azienda?

4) Cercate domande relative al vostro mercato ( 3 min ):

Che sia Search for questions su LinkedIn, un profilo su Quora o un account su StakOverflow, ricordatevi di cercare (e rispondere) alle domande sul vostro brand oppure sulle tecnologie/strumenti che usate.

Logo linkedin La tua presenza Social mattutina in 10 minuti

Potrete approntare appositi feed RSS per leggere comodamente le domande dal vostro Google Reader.

5) Google Reader ( 2 min ):

Come detto sopra, Google Reader può diventare la base di controllo per il vostro monitoraggio in tutti i social media per i quali non ci sono dashboard di controllo integrate. Configurate un apposito feed RSS contenente le ricerche per i termini che vi interessano (ad esempio su Digg) ed importatelo in Google Reader, magari in una cartella specifica, centralizzando tutte le ricerche del genere (Flickr, Reddit, Youtube, etc).

Tempi

I tempi sono volontariamente estremi, ma possibili, e come detto mi sono focalizzato sulla sola parte di monitoraggio, escludendo volontariamente le attività di engage che devono partire proprio basandosi sul monitoraggio.

Quali altri tool usate per facilitare il vostro lavoro di monitoraggio?

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Omicidio di massa e videogames: il caso Breivik

 Omicidio di massa e videogames: il caso Breivik

Uno dei libri più belli, e più terribili, che abbia mai letto è Dispacci di Michael Herr. Michael Herr è stato cronista di guerra in Vietnam. La sua, non c’è altro modo di chiamarla, esperienza, unita a una sopraffino utilizzo della parola, lo ha portato a partecipare alla sceneggiatura dei due più importanti film sulla cosiddetta Sporca Guerra: Apocalypse Now e Full Metal Jacket.

Non so se capita anche a voi, ma ci sono libri che ti si aggrappano alla memoria come Rick Deckard al cornicione in Blade Runner: ti dimentichi tutto, ti rimane un solo, ultimo, ricordo di quel libro, che però è bastante per non farlo cadere in un oblio di neuroni affaccendati in altro.

Quel che mi è rimasto di Dispacci è una descrizione di Herr di sé stesso che si nasconde dietro un muro diroccato e dice a qualcuno (il ricordo non si ricorda chi è, questo qualcuno):

Coprimi!

E Herr, con quel grido, si sente in un film. Sta rischiando la vita, in Vietnam, e lui si sente in un film.

Michael Herr è un imbecille? No, assolutamente no. Michael Herr è, semplicemente, un postmoderno. Come tutti noi. Noi che però di Herr potremmo essere i figli (e se siete più giovani, nipoti), se ora, in questo momento, ci trovassimo catapultati in un qualsiasi scontro a fuoco in Afghanistan, Iraq e chi più ne ha, invece che in un film ci sentiremmo probabilmente in un videogame.

Del resto l’azienda dei videogame ha superato per fatturato quella cinematografica e la postmodernità, lo sappiamo bene, si ciba di ciò che è merce che vende.

Un bel po’ di tempo fa io (e, faccio io outing per lui, anche il Palla) giocavamo a Call of Duty in pausa pranzo. Era un gran bel modo di sublimare la tensione delle prime quattro ore di lavoro della giornata. Del resto a qualcuno, tra colleghi e clienti, gli avresti anche sparato sul serio…

Alle due e mezzo si ricominciava a lavorare e non era davvero morto nessuno. Anders Breivik, invece, ha giocato a Modern Warfare e World of Warcraft e ha ucciso settantasette persone.

Se non sapete chi è Anders Breivik andate a wikileggervelo. In questi giorni Breivik viene processato a Oslo per terrorismo e omicidio. E su che cosa si butta la stampa? Su quanto gli hanno chiesto, e quanto lui ha risposto, riguardo ai videogiochi. Riguardo al fatto che, se a Breivik tu avessi chiesto:

Che hai fatto di bello a Capodanno (2010/2011)?

Ti avrebbe risposto:

Ho giocato a Modern Warfare per diciassette ore.

Ma a Breivik piaceva giocare a Modern Warfare e a World of Warcraft? Macché. Ci giocava per allenarsi, dice lui. Per addestrarsi. Per prepararsi a compiere la sua strage. Dimostrando, tra l’altro, di essere un pessimo giocatore e un mediocre terrorista: perché in giro ci sono e ci sono stati titoli più adatti alle sue, chiamiamole così, esigenze

Newsmaker o Giornali?

Ai giornali però, o meglio,  diciamo ai newsmaker, perché i giornali in quanto tali non li legge (quasi) più nessuno, la tematica i videogiochi ti fanno diventare cattivo piace, piace un sacco.

Solo che ormai ci sono anche i newsmaker specializzati in videogiochi e così ne viene fuori un bell’articolo come questo di Rock, Paper Shotgun. Bell’articolo, sì ma con un enorme limite.

Vediamo di analizzarlo: l’articolo ci dice sin dal titolo che la stampa (Quale stampa? Come definirla? Quella ufficiale? Quella cattiva?) ignora i fatti. Ora io non so se John Walker, l’autore dell’articolo, è un nerdone brufoloso, un laureato in qualcosa che contiene la parola communication nella sua definizione o semplicemente uno che, beato lui, fa quello che gli piace – scrivere di videogiochi – e tanti saluti.

Il problema è che in questo articolo John Walker finisce, nella sacrosanta impresa di difesa dei videogiochi (che in effetti solo un imbecille potrebbe associare a settantasette persone assassinate), per cadere nella stessa retorica, negli stessi schemi mentali, di quella stampa che sta, comunque giustamente, criticando.

Perché i fatti non esistono. Ne esistono solo interpretazioni.

‘sta cosuccia l’ha detta Nietzsche. Se volete farvi quattro risate, andatevi a leggere la relativa… discussione su Yahoo! Answers. E sarebbe proprio questa conquista da pensiero debole che smonta il meccanismo perverso del noi contro loro. Quello stesso meccanismo che è la base su cui si è, anno dopo anno, presunto fatto dopo presunto fatto, costruita la follia omicida di Breivik.

Per la CNN, per Al Arabiya, per la Reuters e molti altri, ci dice John Walker, è un fatto che ci sia un rapporto tra videogiochi violenti e violenza reale. Per John Walker, invece, è un fatto l’esatto opposto. Ma i contendenti continuano a cercare un senso dove non c’è.

Un’epoca destituita di significato?

Un’epoca in cui Breivik può scrivere che l’Europa è schiava di una lobby marxista-islamista-multiculturalista. Abbiamo internet, ma parliamo ancora come i nostri nonni. E quelli che hanno ragione parlano esattamente nello stesso modo di quelli che hanno torto.

skyrim06 Omicidio di massa e videogames: il caso Breivik

Cosa avrei scritto al posto di John Walker? Avrei citato la nostra esperienza di giocatori accaniti (altro che Breivik!) di Skyrim. Non vi parlerò di Skyrim, diciamo che è un gioco di ruolo e fermiamoci lì. Ebbene, in questo gioco di ruolo io e MaG giochiamo ‘insieme’, dividendoci i compiti. Siamo una double human interface… E abbiamo deciso che nel contesto-Skyrim non uccidiamo lucciole e api per trarne ingredienti alchemici. L’idea di uccidere una Spriggan, poi,  mi ripugna.

Ciò posto, siamo due deficienti di quarant’anni che applicano regole a un non-contesto, un gioco per computer? No, siamo semplicemente due esseri umani molto diversi da Breivik che applicano anche a una realtà virtuale l’interpretazione con cui vivono la realtà reale, che danno la loro coerente interpretazione dei fatti, che essi siano reali (il ragno sulla finestra di casa) o meno (lucciole e api di Skyrim).

E no, non voglio proprio pensare a come Breivik giocherebbe a Skyrim.

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Mondo, Europa, Italia e… Internet per capire dove siamo!

Forse stiamo usando questo esperimento di WebDiving giusto per raccontare come noi, microcellula di due umani e gatto annesso, usiamo la Rete.

Perché da un lato c’è la quantità di offerta di informazioni a disposizione, dall’altro c’è la capacità critica dell’utente di utilizzare l’enormità di dati che fanno la Rete stessa.

Perché è del tutto inutile avere Google a disposizione se poi gli chiedi soltanto l’indirizzo della pizzeria più vicina. Così, se la Rete è una finestra sul mondo, è del tutto inutile continuare a guardare se non si riesce a vedere quel che c’è al di là del vetro.

Talvolta quello che vediamo non ci piace: non è così piacevole prendere coscienza di quanto il tuo stile di vita ha relazione con gli schiavi nel mondo.

Questa volta, invece, proviamo a ragionare sugli strumenti che possono farci capire meglio i fatti che stanno dietro alla politica. Perché, se non credo scriveremo mai di politica in WebDiving, di essere attenti, vigili, e cercare di capire sempre con la propria testa, di questo scriveremo di sicuro.

Tutto comincia in Irlanda…

Vi ho già scritto che soprattutto per me (Max) l’Irlanda rappresenta un’ossessione, abbastanza estesa, e profonda, da aver bisogno di non meno di tre diversi blog. Sbarcavo dall’aereo e mi sentivo a casa. Un’affermazione, questa, che non ha nessuna validità, diciamo così, scientifica: si parla soltanto di sensazioni. E sensazioni di un’ossessione: difficile immaginare qualcosa di meno oggettivo.

A forza di rompermi la testa sull’Irlanda, però, ho provato a cercare di capire che cosa stava dietro alle sensazioni. E qualche dato oggettivo cominciava a venire fuori: i luoghi, e le persone, non sono tutti uguali. E non sto dicendo, ovviamente, che l’Irlanda è un Paese perfetto. Sto solo dicendo che l’Irlanda è perfetta (lo so: è un parolone) per me. In fondo, sto solo dando ragione a Christian Morgenstern che disse:

casa non è dove vivi, è dove ti capiscono.

E questo che c’entra con Internet?

C’entra eccome, perché la risposta “Irlanda!” alla mia domanda:

“Dove dovrei vivere se mi interessano i negozi di bollitori elettrici, la musica per strada, i pub, Beckett e fare conversazione con sconosciuti sulla moglie di Joyce mentre bevo lapsang?”

dovrebbe darmela il social network che non esiste (e qui ci schiaffo un tag lungo un chilometro, ma quel che va fatto va fatto: torneremo a parlarne spesso, credo, de il social network che non esiste), il quale, data una serie di parametri che mi interessano (meno auto pro capite e più bici, per esempio. O quantità media di libri letti a testa. No meglio: densità abitativa di libri al metro quadro (quella di casa nostra è di 24,8) mi dice dove dovrei vivere.

Bello vero?

Prestate centomila euro al Palla e ve lo tiriamo su noi, il social network che non esiste

In attesa che l’idea piaccia a Google, o a Zuckerberg …

Se lo facciano da soli il social network che non esiste, c’è qualche strumento che ci permetta, rispetto a dei parametri oggettivi, di capire che cosa succede veramente nel Paese in cui viviamo, e di contestualizzarlo rispetto al resto del mondo?

Certo non sono belli come il social network che non esiste, ma qualcosa si trova.

Human Development Report, per esempio (potete wikileggervi la storia di HDR anche in Italiano), è associato allo United Nations Development Programme e, nella sezione statistiche, ci permette di analizzare un Paese secondo una serie di indici che, nella loro totalità, ne definiscono il grado di sviluppo umano.

Do It Yourself

La vera genialata è la sezione Do It Yourself in cui potete “rimixare” come volete, eventualmente anche aggiungendo dati personalizzati, i parametri canonici che vanno a costituire l’HDR: Health, Education, Income, Inequality, Poverty, Gender, Sustainability.

Ti interessa la salute? Il tuo posto perfetto è San Marino. Sei una donna? Svezia (avranno sicuramente delle pubblicità delle auto meno sessiste…)!

sanmarino Mondo, Europa, Italia e... Internet per capire dove siamo!

Se accoppiate EducationSustainability avrete una gran bella sorpresa. Come sta l’Italia in classifica assoluta? Ventiquattresima.

La mia Irlanda? Settima. Il podio? Norvegia, Australia, Olanda.

World Mondo, Europa, Italia e... Internet per capire dove siamo!

NationMaster somiglia molto a Human Development Report, e promette un grado di comparazione ancora più ampio. La leggibilità dei dati è però sicuramente inferiore rispetto a HDR, e non c’è molta chiarezza su come si arrivi ai punteggi.

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Ma mettiamola così: se i dati sugli omicidi in Turchia sono corretti, io non ci andrei in vacanza…

I dati da soli, però, rischiano di lasciare il tempo che trovano: torniamo dove avevamo iniziato, voglio utilizzare proattivamente i dati acquisiti, altrimenti non mi servono. In ultima analisi, se devo vivere in Italia, voglio capire che cosa posso fare per farla salire in classifica.

Qualche spunto possiamo trarlo da Sustainable Scale per tutto ciò che riguarda appunto le tematiche in relazione allo sviluppo sostenibile e alla comprensione del fatto che le risorse planetarie sono limitate.

In pratica Sustainable Scale ci permette di interrogarci sulla comprensione di felicità e benessere umani che sono poi alla base delle classifiche estrapolabili con HDR o NationMaster.

sustainable Mondo, Europa, Italia e... Internet per capire dove siamo!

Eurostat, per finire, è invece il portale ufficiale delle statistiche della Cee.

eurostat Mondo, Europa, Italia e... Internet per capire dove siamo!

Visto che stiamo scrivendo con, su e per Internet, siamo andati a sfrugugliare nei dati riguardanti la Information Society Policy, in soldoni: il digitale in Europa.

E se dobbiamo guardare all’Italia, il risultato è, più o meno, un bagno di sangue. Adsl in casa? Sotto la media. Utilizzatori fissi di Internet? Sotto la media. Utilizzo interattivo del web? Appena sotto la media, ma comunque undicesimi.

E se ti metti a comparare HDR e Eurostat, alla fine scopri che c’è una relazione abbastanza chiara tra quelli che sono gli indicatori di sviluppo umano, l’utilizzo di Internet e lo sviluppo sostenibile.

Quindi? Quindi, su questo non c’è dubbio, un’Italia statisticamente diversa passa da Internet…

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Donne e Motori … ed ecocritica della pubblicità!

transformers Donne e Motori ... ed ecocritica della pubblicità!

Quello che le donne non dicono: appunti per una ecocritica gender related degli spot pubblicitari delle auto

Sapete che cosa significa serendipide?

Beato il Bartezzaghi Senior che – allora internet non c’era – poteva mettere la parola serendipide in un cruciverba e far impazzire chiunque, ché parola assai rara era, serendipide. La serendipità ha a che fare con lo Sri Lanka, in prima battuta (se volete wikileggervi tutta la storia…) e indica l’imbattersi in qualcos’altro mentre stiamo cercando qualcosa.

OK. Che MaxMaG si occupano, molto, di Irlanda, ve lo abbiamo già detto. Dove lo fanno? Su un magazine online. Occuparsi di Irlanda significa spararsi cultura irlandese (cinema, musica, TV e libri, tanti libri) al ritmo con cui Dude Lebowski si nutre di White Russian.

Così leggendo l’interessantissimo saggio di Patrick Lonergan su Martin Mc Donagh (di cui ovviamente non vi parleremo qui)  mi (Max) sono imbattuto in un serendipide evidente come un pollice gonfio: un approccio ecocritico all’opus del medesimo Mc Donagh.

Che cosa è l’Ecocriticism leggetevelo su wiki.

Per me è una cosa che fa parte della mia vita da un bel po’, anche se non avevo ancora letto né il libro di Lonergan né quello che, about Ecocriticism, si può trovare online. Il fatto poi che la voce Ecocriticism di Wikipedia non sia tradotta in Italiano mi sembra molto significativa.

Ma non è questo il punto, almeno in questo post. Mi sembrava interessante, invece, utilizzare l’approccio ecocritico non tanto per analizzare l’arte, ma per analizzare qualcosa che mi permettesse di non essere bacchettato dal Palla causa un clamoroso fuori-tema.

E così ho fatto il classico due più due, e mi sono detto: perché non utilizzare l’approccio ecocritico per analizzare delle pubblicità? E quali pubblicità possono prestarsi meglio di quelle delle automobili, che sempre più devono fare i conti con la nascita, lenta, ondivaga, debole, ma pian piano sempre meno ignorabile, di una coscienza ecocritica nei clienti targettizzati?

Che cosa credo di aver scoperto? Che si può anche essere postmoderni quanto alla CO2, ma quanto alla visione della donna nelle pubblicità delle auto siamo ancora alle pinup sui cofani o poco più.

Che s’ha da fa’ per campà: Giulietta Thurman

 

1177554177 f Donne e Motori ... ed ecocritica della pubblicità!

L’avevamo lasciata al volante della Pussy Wagon di Kill Bill e non era possibile essere più chiari di così: la (quasi super-)donna B. Kiddo si riappropriava della sessualità sottrattale da Buck, ed esplicitata in un’auto, in maniera definitiva: uccidendo il bastardo e rubandogli appunto l’auto (ovvero: l’utero è mio e lo gestisco a colpi di katana).

E invece ce la ritroviamo madre di parto trigemino su un’auto sicura con cui riporta le pargole. Le riporta dove? A casa? E dov’erano? Al corso serale di karate tenuto da Pai Mei alla scuola all’angolo..? In una pubblicità d’auto neanche Uma Thurman può permettersi di essere bella e pericolosa: può anche avere ammazzato tutti gli 88 Folli nel frattempo, ma a sera torna a casa, con le bambine in ordine, e pronta per preparare du’ spaghi a Bill…

Captiva: le parole sono importanti!

Le parole sono importanti, diceva Nanni Moretti. E anche i nomi delle auto sono parole. Guardate questo spot per la Chevrolet Captiva:

Che romanticismo, vero? Bene. Ora provate a entrare nella testa di lei. Questo imbecille ha portato il suv sulla spiaggia. Che cosa gli serviva sulla spiaggia? Il rastrello. Ha portato l’auto in spiaggia per un rastrello. Se tanto mi dà tanto quando la tipa lo manderà a fare la spesa gli servirà un autoarticolato…

Ma c’è di più. Captiva è il femminile (ma guarda un po’) del Latino Captivus. Il captivus è il prigioniero di guerra. Il penultimo passo prima di diventare servus, schiavo. Il tipo sarà anche bravo a usare il rastrello, ma la vorresti una relazione con uno che chiama schiava anche la sua auto..?

Va meglio con la Lancia Musa e Carla Bruni:

In questo caso la figura femminile è più attiva, ma comunque non ha potere decisionale sulla sua auto: ne è solo una passeggera. E il target è decisamente femminile. Tanto vale premiare la strana coppia madre – figlia della Twingo:

almeno in questo caso la donna, anzi le donne, sono protagoniste al 100%. Se vogliamo, però, anche questa pubblicità è comunque sessista, perché torniamo alla questione della target orientation.

E quindi?

E quindi, da ciclisti indefessi ed ecocritici, quello che diciamo alle donne è: perché utilizzare un mezzo di trasporto progettato da maschi per i maschi, venduto da maschi a maschi (se non nell’eccezione, e accezione, di seconda auto – perché solo la seconda auto è quella declinata al femminile)?

Le tematiche dell’ecocriticism sono spesso collegate alle tematiche di critica del genere (sessuale), e non è un caso: la terra, e la donna, subiscono da sempre e quasi ovunque la stessa problematica di un approccio maschile e maschilista. Pari opportunità ed ecologia sono, quasi certamente, due modi diversi di dire la stessa cosa su ciò di cui il pianeta ha bisogno.

E quindi?

Se siete donne arrabbiatevi per come vi trattano quando un pubblicitario cerca di vendere un’auto utilizzandovi e diteglielo, diteglielo chiaro e forte che siete arrabbiate. E diteglielo pedalando. Perché se su youtube digitando “pubblicità bici” non si ottengono video di pubblicità alle biciclette, ma soltanto video in cui le biciclette vengono utilizzate per pubblicizzare altro, e non esiste un social network dei ciclisti, significa che abbiamo un problema.

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