La rete non è solo porno & Facebook e non serve solo per giocare a Farmville. Questo, più o meno, lo sapevamo già. Lo sappiamo benissimo che nella rete c’è tutto e che con Facebook si può fare tutto. O meglio: con Facebook e affini si può fare di tutto, si può comunicare su tutto con tutti.
Per certo Facebook, con Twitter, è il contenitore ultimo in cui, se la tua testa ragiona in termini di generare un profilo social della tua esistenza, finiranno le tue idee, le tue aspirazioni, le tue convinzioni. O la tua squadra di calcio e le vacanze.
Quello che sta succedendo attorno a Facebook e Twitter (quel che ormai è già successo) è che la tua esistenza social ha bisogno di declinazioni. Se suoni devi (dovevi? Dovrai..?) essere su MySpace. Se leggi (e se scrivi, pure) devi essere su aNobii o Librarything (o sul neonato Zazie?). E se vuoi occuparti di politica c’è un social network che fa per te? Sì: quello che ti serve dovrebbe essere Jolitics, ideato da Mr. Bebo.
Fin qui tutto bene: siamo in territorio conosciuto.
Prendi un argomento e davanti ci aggiungi “Il Facebook del…”. Degli animali. Dei libri. Dei morti (questi i primi suggerimenti di Google). Degli orti. Di quelli che io sono troppo figo per essere su Facebook (questo qua esiste già da un po’: si chiama Google Plus…). Del cinema.
Poi, però, ti imbatti in SlaveryFootPrint. Che cos’è? Il Facebook del contare quanti schiavi sostengono il tuo stile di vita. Perché se ci sono, come ci dice Not For Sale, trenta milioni di schiavi sul pianeta (SlaveryFootPrint è leggermente più ottimista e ne conta solo ventisette milioni), qualcuno prima o poi doveva porsela la domanda: ok, ma per chi lavorano?
Justin Dillon, fondatore di SlaveryFootPrint (che nel frattempo ha rischiato di vincere il Guardian Awards for Digital Innovation 2012, categoria Technology for Social Change. I fondi per SlaveryFootPrint provengono dal Dipartimento di Stato e fa parte della Clinton Global Initiative) se lo è chiesto per tutti noi e sul sito possiamo, con pochi semplici click, come si diceva una volta, capire qual è il nostro impatto sulla quantità di schiavi del pianeta.
L’ammontare risulterà da quanto è grande la nostra casa, dall’avere auto e/o scooter, da quanti televisori e computer e telefonini, dalle nostre abitudini alimentari, dalla quantità di vestiti che abbiamo negli armadi.
Come MaxMaG facciamo trentadue. La media individuale è di trentotto, e visto che noi siamo in due facciamo sedici a testa. Una gran bella media… Ma ci sono ancora trentadue persone là fuori da qualche parte che sono schiave per colpa nostra. Tutta colpa dei vestiti di MaG e degli Hard Disk esterni di Max (lo confesso: ho un comportamento ossessivo-compulsivo a proposito dei backup…).
Se SlaveryFootPrint si esaurisse così, con l’averti detto quanto sei cattivo verso i tuoi simili, sarebbe soltanto un giochino masochista molto stupido. Ma SlaveryFootPrint fa, ovviamente e fortunatamente, di più. Con la App Made in a Free World si scarica una sorta di Foursquare che ci mette in guardia rispetto al rischio di acquistare prodotti derivanti da lavoro di schiavi.
Nella sezione Take Action del sito possiamo far sì che SlaveryFootPrint scriva per noi a una compagnia a nostra scelta (ho provato Apple, Fiat, Twinings, Samsung: c’erano tutte) per sensibilizzarla sul tema della schiavitù. Si può, naturalmente, invitare i propri amici a iscriversi a SlaveryFootPrint tramite Facebook o anche, e questa è la sezione che mi piace di più, inviare a SlaveryFootPrint un file che dimostri un nostro comportamento virtuoso, anti-schiavitù (per esempio l’acquisto di prodotti certificati fair-trade) . In questo modo accumuliamo Free World Points, che dimostrano il nostro impegno nella battaglia.
Che dire? Altro che Farmville…
E, per me, una piacevole conferma di una sensazione che ebbi la prima volta che mi sedetti davanti a un 486 con Windows 3.11 (o era già ’95?) collegato a Internet: questo strumento è straordinario.
E anche se, in un pezzettino oscuro del mio cervello, non riesco a non immaginarmi un neonazista che utilizza SlaveryFootPrint ma al contrario, io sono veramente convinto delle potenzialità positive che ha la rete, e a maggior ragione il web che è diventato social, per creare un mondo migliore. O quantomeno per smetterla di distruggere il mondo così com’è e con esso i suoi abitanti, umani e non.
Lo so. Quando avrete generato il vostro score su SlaveryFootPrint vi sentirete a pezzi. A meno che non siate il neonazista di cui sopra, ovviamente…
Per tirarvi su vi consiglio una bella passeggiata nel verde e, visto che il verde del pianeta è a rischio tanto quanto la dignità di essere umano, prima di uscire potreste dare un’occhiata a Tree Nation, un social network gratuito dedicato a combattere il cambio climatico, la desertificazione e la povertà piantando alberi.
Perché in effetti mi sembra abbastanza inutile salvare esseri umani se non salviamo anche il pianeta su cui abitano…



















