Omicidio di massa e videogames: il caso Breivik

 Omicidio di massa e videogames: il caso Breivik

Uno dei libri più belli, e più terribili, che abbia mai letto è Dispacci di Michael Herr. Michael Herr è stato cronista di guerra in Vietnam. La sua, non c’è altro modo di chiamarla, esperienza, unita a una sopraffino utilizzo della parola, lo ha portato a partecipare alla sceneggiatura dei due più importanti film sulla cosiddetta Sporca Guerra: Apocalypse Now e Full Metal Jacket.
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Mondo, Europa, Italia e… Internet per capire dove siamo!

Forse stiamo usando questo esperimento di WebDiving giusto per raccontare come noi, microcellula di due umani e gatto annesso, usiamo la Rete.

Perché da un lato c’è la quantità di offerta di informazioni a disposizione, dall’altro c’è la capacità critica dell’utente di utilizzare l’enormità di dati che fanno la Rete stessa.
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Donne e Motori … ed ecocritica della pubblicità!

transformers Donne e Motori ... ed ecocritica della pubblicità!

Quello che le donne non dicono: appunti per una ecocritica gender related degli spot pubblicitari delle auto

Sapete che cosa significa serendipide?

Beato il Bartezzaghi Senior che – allora internet non c’era – poteva mettere la parola serendipide in un cruciverba e far impazzire chiunque, ché parola assai rara era, serendipide. La serendipità ha a che fare con lo Sri Lanka, in prima battuta (se volete wikileggervi tutta la storia…) e indica l’imbattersi in qualcos’altro mentre stiamo cercando qualcosa.

OK. Che MaxMaG si occupano, molto, di Irlanda, ve lo abbiamo già detto. Dove lo fanno? Su un magazine online. Occuparsi di Irlanda significa spararsi cultura irlandese (cinema, musica, TV e libri, tanti libri) al ritmo con cui Dude Lebowski si nutre di White Russian.

Così leggendo l’interessantissimo saggio di Patrick Lonergan su Martin Mc Donagh (di cui ovviamente non vi parleremo qui)  mi (Max) sono imbattuto in un serendipide evidente come un pollice gonfio: un approccio ecocritico all’opus del medesimo Mc Donagh.

Che cosa è l’Ecocriticism leggetevelo su wiki.

Per me è una cosa che fa parte della mia vita da un bel po’, anche se non avevo ancora letto né il libro di Lonergan né quello che, about Ecocriticism, si può trovare online. Il fatto poi che la voce Ecocriticism di Wikipedia non sia tradotta in Italiano mi sembra molto significativa.

Ma non è questo il punto, almeno in questo post. Mi sembrava interessante, invece, utilizzare l’approccio ecocritico non tanto per analizzare l’arte, ma per analizzare qualcosa che mi permettesse di non essere bacchettato dal Palla causa un clamoroso fuori-tema.

E così ho fatto il classico due più due, e mi sono detto: perché non utilizzare l’approccio ecocritico per analizzare delle pubblicità? E quali pubblicità possono prestarsi meglio di quelle delle automobili, che sempre più devono fare i conti con la nascita, lenta, ondivaga, debole, ma pian piano sempre meno ignorabile, di una coscienza ecocritica nei clienti targettizzati?

Che cosa credo di aver scoperto? Che si può anche essere postmoderni quanto alla CO2, ma quanto alla visione della donna nelle pubblicità delle auto siamo ancora alle pinup sui cofani o poco più.

Che s’ha da fa’ per campà: Giulietta Thurman

 

1177554177 f Donne e Motori ... ed ecocritica della pubblicità!

L’avevamo lasciata al volante della Pussy Wagon di Kill Bill e non era possibile essere più chiari di così: la (quasi super-)donna B. Kiddo si riappropriava della sessualità sottrattale da Buck, ed esplicitata in un’auto, in maniera definitiva: uccidendo il bastardo e rubandogli appunto l’auto (ovvero: l’utero è mio e lo gestisco a colpi di katana).

E invece ce la ritroviamo madre di parto trigemino su un’auto sicura con cui riporta le pargole. Le riporta dove? A casa? E dov’erano? Al corso serale di karate tenuto da Pai Mei alla scuola all’angolo..? In una pubblicità d’auto neanche Uma Thurman può permettersi di essere bella e pericolosa: può anche avere ammazzato tutti gli 88 Folli nel frattempo, ma a sera torna a casa, con le bambine in ordine, e pronta per preparare du’ spaghi a Bill…

Captiva: le parole sono importanti!

Le parole sono importanti, diceva Nanni Moretti. E anche i nomi delle auto sono parole. Guardate questo spot per la Chevrolet Captiva:

Che romanticismo, vero? Bene. Ora provate a entrare nella testa di lei. Questo imbecille ha portato il suv sulla spiaggia. Che cosa gli serviva sulla spiaggia? Il rastrello. Ha portato l’auto in spiaggia per un rastrello. Se tanto mi dà tanto quando la tipa lo manderà a fare la spesa gli servirà un autoarticolato…

Ma c’è di più. Captiva è il femminile (ma guarda un po’) del Latino Captivus. Il captivus è il prigioniero di guerra. Il penultimo passo prima di diventare servus, schiavo. Il tipo sarà anche bravo a usare il rastrello, ma la vorresti una relazione con uno che chiama schiava anche la sua auto..?

Va meglio con la Lancia Musa e Carla Bruni:

In questo caso la figura femminile è più attiva, ma comunque non ha potere decisionale sulla sua auto: ne è solo una passeggera. E il target è decisamente femminile. Tanto vale premiare la strana coppia madre – figlia della Twingo:

almeno in questo caso la donna, anzi le donne, sono protagoniste al 100%. Se vogliamo, però, anche questa pubblicità è comunque sessista, perché torniamo alla questione della target orientation.

E quindi?

E quindi, da ciclisti indefessi ed ecocritici, quello che diciamo alle donne è: perché utilizzare un mezzo di trasporto progettato da maschi per i maschi, venduto da maschi a maschi (se non nell’eccezione, e accezione, di seconda auto – perché solo la seconda auto è quella declinata al femminile)?

Le tematiche dell’ecocriticism sono spesso collegate alle tematiche di critica del genere (sessuale), e non è un caso: la terra, e la donna, subiscono da sempre e quasi ovunque la stessa problematica di un approccio maschile e maschilista. Pari opportunità ed ecologia sono, quasi certamente, due modi diversi di dire la stessa cosa su ciò di cui il pianeta ha bisogno.

E quindi?

Se siete donne arrabbiatevi per come vi trattano quando un pubblicitario cerca di vendere un’auto utilizzandovi e diteglielo, diteglielo chiaro e forte che siete arrabbiate. E diteglielo pedalando. Perché se su youtube digitando “pubblicità bici” non si ottengono video di pubblicità alle biciclette, ma soltanto video in cui le biciclette vengono utilizzate per pubblicizzare altro, e non esiste un social network dei ciclisti, significa che abbiamo un problema.

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E tu quanti schiavi hai?

La rete non è solo porno & Facebook e non serve solo per giocare a Farmville. Questo, più o meno, lo sapevamo già. Lo sappiamo benissimo che nella rete c’è tutto e che con Facebook si può fare tutto. O meglio: con Facebook e affini si può fare di tutto, si può comunicare su tutto con tutti.

Per certo Facebook, con Twitter, è il contenitore ultimo in cui, se la tua testa ragiona in termini di generare un profilo social della tua esistenza, finiranno le tue idee, le tue aspirazioni, le tue convinzioni. O la tua squadra di calcio e le vacanze.

Quello che sta succedendo attorno a Facebook e Twitter (quel che ormai è già successo) è che la tua esistenza social ha bisogno di declinazioni. Se suoni devi (dovevi? Dovrai..?) essere su MySpace. Se leggi (e se scrivi, pure) devi essere su aNobii o Librarything (o sul neonato Zazie?). E se vuoi occuparti di politica c’è un social network che fa per te? Sì: quello che ti serve dovrebbe essere Jolitics, ideato da Mr. Bebo.

Fin qui tutto bene: siamo in territorio conosciuto.

Prendi un argomento e davanti ci aggiungi “Il Facebook del…”. Degli animali. Dei libri. Dei morti (questi i primi suggerimenti di Google). Degli orti. Di quelli che io sono troppo figo per essere su Facebook (questo qua esiste già da un po’: si chiama Google Plus…). Del cinema.

Poi, però, ti imbatti in SlaveryFootPrint. Che cos’è? Il Facebook del contare quanti schiavi sostengono il tuo stile di vita. Perché se ci sono, come ci dice Not For Sale, trenta milioni di schiavi sul pianeta (SlaveryFootPrint è leggermente più ottimista e ne conta solo ventisette milioni), qualcuno prima o poi doveva porsela la domanda: ok, ma per chi lavorano?

Schermata E tu quanti schiavi hai?

Justin Dillon, fondatore di SlaveryFootPrint (che nel frattempo ha rischiato di vincere il Guardian Awards for Digital Innovation 2012, categoria Technology for Social Change. I fondi per SlaveryFootPrint provengono dal Dipartimento di Stato e fa parte della Clinton Global Initiative) se lo è chiesto per tutti noi e sul sito possiamo, con pochi semplici click, come si diceva una volta, capire qual è il nostro impatto sulla quantità di schiavi del pianeta.

L’ammontare risulterà da quanto è grande la nostra casa, dall’avere auto e/o scooter, da quanti televisori e computer e telefonini, dalle nostre abitudini alimentari, dalla quantità di vestiti che abbiamo negli armadi.

Come MaxMaG facciamo trentadue. La media individuale è di trentotto, e visto che noi siamo in due facciamo sedici a testa. Una gran bella media… Ma ci sono ancora trentadue persone là fuori da qualche parte che sono schiave per colpa nostra. Tutta colpa dei vestiti di MaG e degli Hard Disk esterni di Max (lo confesso: ho un comportamento ossessivo-compulsivo a proposito dei backup…).

slavery footprint app 1 537x402 E tu quanti schiavi hai?Se SlaveryFootPrint si esaurisse così, con l’averti detto quanto sei cattivo verso i tuoi simili, sarebbe soltanto un giochino masochista molto stupido. Ma SlaveryFootPrint fa, ovviamente e fortunatamente, di più. Con la App Made in a Free World si scarica una sorta di Foursquare che ci mette in guardia rispetto al rischio di acquistare prodotti derivanti da lavoro di schiavi.

Nella sezione Take Action del sito possiamo far sì che SlaveryFootPrint scriva per noi a una compagnia a nostra scelta (ho provato Apple, Fiat, Twinings, Samsung: c’erano tutte) per sensibilizzarla sul tema della schiavitù. Si può, naturalmente, invitare i propri amici a iscriversi a  SlaveryFootPrint tramite Facebook o anche, e questa è la sezione che mi piace di più, inviare a  SlaveryFootPrint un file che dimostri un nostro comportamento virtuoso, anti-schiavitù (per esempio l’acquisto di prodotti certificati fair-trade) . In questo modo accumuliamo Free World Points, che dimostrano il nostro impegno nella battaglia.

Che dire? Altro che Farmville…

E, per me, una piacevole conferma di una sensazione che ebbi la prima volta che mi sedetti davanti a un 486 con Windows 3.11 (o era già ’95?) collegato a Internet: questo strumento è straordinario.

E anche se, in un pezzettino oscuro del mio cervello, non riesco a non immaginarmi un neonazista che utilizza SlaveryFootPrint ma al contrario, io sono veramente convinto delle potenzialità positive che ha la rete, e a maggior ragione il web che è diventato social, per creare un mondo migliore. O quantomeno  per smetterla di distruggere il mondo così com’è e con esso i suoi abitanti, umani e non.

Lo so. Quando avrete generato il vostro score  su SlaveryFootPrint vi sentirete a pezzi. A meno che non siate il neonazista di cui sopra, ovviamente…

Per tirarvi su vi consiglio una bella passeggiata nel verde e, visto che il verde del pianeta è a rischio tanto quanto la dignità di essere umano, prima di uscire potreste dare un’occhiata a  Tree Nationun social network gratuito dedicato a combattere il cambio climatico, la desertificazione e la povertà piantando alberi.

Perché in effetti mi sembra abbastanza inutile salvare esseri umani se non salviamo anche il pianeta su cui abitano…

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Più iPad per tutti. Anche allo zoo

Anche tua nonna può utilizzare l’iPad. Questo lo dicono tutti, questo lo pensano quasi tutti. L’iPad è facile. Così facile che non solo può usarlo qualsiasi essere umano, ma anche qualche altro essere vivente che sì, il DNA ce l’ha quasi come il nostro. Ma in quel quasi ci sta tutto un mondo: perché non basta il pollice opponibile, serve altro.

Altrimenti che succede? Altrimenti ti trovi dalla parte sbagliata della gabbia, al laboratorio come allo zoo.

Ebbene sì. Stiamo parlando di scimmie antropomorfe e iPad. Perché? Semplice: date un’occhiata anche a questo video…

La prima cosa che mi (Max) è venuta in mente è che questi due video non erano esattamente una buona pubblicità per l’iPad. Però l’iPad non ha bisogno di pubblicità. O quantomeno, l’impressione è che non ne abbia più bisogno, perché si vende da solo.

E quindi quanti iPad potrebbero essere non venduti a causa di un paio di video che fanno vedere che basta essere scimmie per usare un Ipad?

Forse nessuno.

Così come molto probabilmente non hanno assolutamente inciso sulle vendite le polemiche scoppiate sulla situazione di chi, in Cina, gli iPad li produce con le proprie mani (in fabbriche che somigliano tanto agli habitat a cui abbiamo relegato le scimmie antropomorfe che, guarda caso, sanno usare iPad…).

Ma poi ho pensato che la prima cosa che mi era venuta in mente derivava da un mio personale pregiudizio, e che, come tale, era probabilmente sbagliato. Chi lo dice che invece che farne vendere due o tre in meno, di iPad, questo paio di video non ne faccia vendere due o tre in più?

Tutta colpa di Baricco …

E come mai ho cambiato idea? Tutta colpa di Baricco… O meglio, colpa di MaG, a cui avevo promesso di leggere I Barbari – Saggio Sulla Mutazione, del Baricco medesimo. Qualche tempo fa avevo scritto, sul libro, questo:

‘coz promise is promise, ho finito di leggere “I Barbari”, di Baricco. Pomposamente sottotitolato “Saggio sulla mutazione”. In realtà, operazione di marketing in cui si prendono un po’ di articoli vecchi e si rimpolpettano per ri-venderli come libri. Il contenuto? Una lucida, ineccepibile, analisi su che cosa sta succedendo, ma con il cannocchiale, perché di noi, al nostro, della fine che faremo, non gliene importa assolutamente nulla. Del resto: a chi importa?
Se volete leggere qualcosa su cosa sta succedendo leggetevi “Finale di Partita”. Sammy era più onesto, e ne ha parlato molto prima che succedesse.

Il fatto è che le scimmie che usano l’iPad sono perfette, sono viral, sono giuste. Perché, e su questo Baricco ha stramaledettamente ragione, il mondo sta andando verso il semplice.

Il mondo, che sta annegando nelle complicazioni, ha rinunciato alla complessità in nome della semplicità. Sì, è vero: se anche le scimmie usano l’iPad, allora è davvero vero che anche mia nonna può usarlo. E la prima impressione era quella tipica di Max con la puzza sotto il naso, snob, il Max che prima o poi (sì, dovete proprio aspettarvelo) in questo articolo vi dirà che non si comprerà mai un iPad…

E archiviamo le scimmie virali ma non l’iPad. Perché nell’iPad c’è finito anche Camilleri, uno che io stimo, uno che è una persona seria. Uno che Baricco cita ne I Barbari, che era stato pubblicato prima del boom dell’iPad e che quindi, pur rilevando correttamente che era più facile tradurre Camilleri in “televisionese” che non in un’altra lingua, non aveva potuto aggiungere: anche in “iPaddese”.

Perché le app camilleriane non saranno la stessa cosa che leggere un libro di Camilleri e, con buona pace per loro, un anglofono, francofono, germanofono non potranno apprezzare completamente Camilleri, perché ne perdono metà in traduzione, anche se, di certo, potranno amare il Montalbano televisivo e, perché no, Camilleri for iPad.

Del resto le scimmie usano l’iPad, ma mica leggono Camilleri…

E quindi?

L’iPad è un fenomeno. Ok. E qualsiasi cosa io scriva sull’iPad sarà del tutto inutile a farne vendere uno in più o uno in meno.

L’iPad è come la Coca Cola: semplice.

Io dico soltanto: non dimenticatevi che c’è dell’altro, perché altrimenti rischiate di fare come quel turista, visto con i miei occhi (Indiano, direi, come tipologia, ma poi chissà di dov’era), che, a Firenze, non stava guardando Palazzo Vecchio, ma stava guardando Palazzo Vecchio, che, finalmente, era lì davanti a lui, mediato dalla videocamera del suo iPad…

E comunque io non mi comprerò mai un iPad: non voglio un prodotto in cui l’I di me è minuscola, mentre la P di prodotto è maiuscola…

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E’ arrivato il momento di riprogettare il sito web?

mockup 03 E arrivato il momento di riprogettare il sito web?

Ogni brand ha bisogno di un aggiornamento di tanto in tanto (si anche un blog come questo), nessuno è immune da questa legge. Soprattutto se è presente sul web da molto tempo, può anche darsi che il look&feel scelto con tanta passione sia oramai obsoleto e che un nuovo approccio non solo sia necessario ma anche auspicato dai propri lettori/visitatori/clienti.

Infatti, una riprogettazione, pensata per ottimizzare struttura, design e contenuti presenti, potrebbe dare al vostro business la spinta di cui ha bisogno per farsi notare sul web in maniera ancora più decisa.

Inutile ricordare, credo, che il World Wide Web si espande ogni giorno, rendendo sempre più difficile per le imprese essere ascoltate al di sopra del rumore (diciamolo però, molte nemmeno dicono cose così interessanti)

Tutta questa premessa per dire che esiste un acronimo molto marketing – AIDAS – che è il processo mediante il quale un cliente passa attraverso un acquisto di prodotto o servizio che, se ben gestito, lo porterà a tornare ancora e ancora.

Cosa significa AIDAS?

AIDAS è un acronimo utilizzato nel descrivere alcuni importanti fattori di cui tenere conto durante le attività di marketing, valido anche e soprattutto per un progetto come un sito web.

Vediamo quali sono questi fattori:

Attenzione:

E’ ormai accettata la teoria secondo la quale avete circa 8/10 secondi per catturare un nuovo visitatore del vostro sito web. Quindi, se non li afferrare immediatamente, potrebbero essere andati per sempre. Questo significa che il sito deve essere accattivante, attraente e coinvolgente.

Interesse:

Una volta che hai la loro attenzione, è necessario catturare il loro interesse. Questo è dove il contenuto la fa da padrone. È necessario descrivere accuratamente ciò che si offre, e quello che vi distingue dalla concorrenza.

Desiderio:

Ora, la risposta emotiva del cliente entra in gioco, e dovete potergli mettere davanti una forte “Call-To-Action” che li inviti all’azione. Hanno bisogno di essere così preso da quello che si sta offrendo che ne devono sentire il bisogno di entrarne in possesso adesso, ora, subito!

Azione:

In questa fase il cliente sta cercando di acquistare il vostro prodotto e servizio, ed è necessario rendere il più facile, chiara e lineare possibile l’azione. Per un business di servizi, questo significa un pulsante di contatto, abbonamento newsletter gratuita o moduli di richiesta. Un business dedicato ai prodotti ed alla vendita online, invece, deve prevedere un carrello facilmente accessibile e con delle chiare policy di vendita (reso, recesso, post-vendita) e privacy.

Soddisfazione:

Questo si spiega quasi da sé. Ed è la diretta conseguenza dei primi 4 step. Il cliente è così contenuto della sua esperienza web che ritornerà, più volte, coinvolgendo i propri amici. In questa fase si possono anche predisporre molte delle funzionalità di sharing avanzate sui social network.

L’ultimo fattore (soddisfazione) è stato aggiunto successivamente ai primi 4 originari, ed a volte qualcuno cita anche un sesto fattore che interviene prima dell’azione: Fiducia (Confidence in inglese), generando l’acronimo AIDCAS.

Il tuo sito web rispetta i criteri AIDAS? Oppure ha bisogno di una riprogettazione?

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Landing Page Horror: iPad per Vodafone

ipad vodafone Landing Page Horror: iPad per Vodafone

Landing Page Vodafone vista con Firefox4

 

Voglia di iPad? … Scopri subito come averlo su ipad.vodafone.it

Questo è il messaggio SMS che mi è arrivato come cliente Vodafone. Visto che la promo mi interessa sono andato a vedere online atterrando sulla landing page che vedete sopra (usando Firefox4).

Se voi riuscite a cliccare qualcosa o capire come sta la pagina chiamatemi … io davvero non ci riesco. Mi spiace soprattutto per l’occasione persa, non conosco il tasso di conversione di questa campagna, ma non me lo immagino altissimo.

Ecco qualche strumento e guida utile in questi casi:

Consiglierei a Vodafone qualche test in più sulle loro pagine, magari anche loro possono approfittare per provare qualcuno tra questi strumenti o segnalarne altri :)

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Google Calendar: UI Improvements

googlecalendar 193x300 Google Calendar: UI Improvements

Miglioramenti alla UI di Calendar

Stamani, aprendo Calendar, ho notato un paio di piccole migliorie alla UI dell’applicazione, che hanno come scopo la migliore leggibilità del calendario e degli appuntamenti inseriti.

La prima è la velatura applicata ai vecchi appuntamenti (in alto nell’immmagine), che permette di avere un colpo d’occhio perfetto sul “qui ed ora” che in un calendario non guasta.

La seconda è una migliore gestione degli spazi degli appuntamenti, che adesso ripartiscono tra di loro correttamente gli spazi in caso di accavallamenti.

Addirittura in caso di multi appuntamento su orari adiacenti viene fatto creare un piccolo scalino che evidenzia la posizione dell’appuntamento successivo. (in basso nell’immagine)

Per chi utilizza (purtroppo) Calendar anche come gestione task questi miglioramenti renderanno molto più piacevole il lavoro.

Kudos, come al solito, a Google :)

 

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Addio @NabazPippa: il mio coniglio Wi-Fi

Nabaztag Amsterdam Addio @NabazPippa: il mio coniglio Wi Fi

Per chi non lo sapesse sono stato un early adopter del coniglietto WiFi, che mi ha fatto compagnia in casa svegliandomi e cazziandomi a fine settimana se non gli avevo fatto fare abbastanza vita sociale! :)

2 giorni fa è arrivata questa mail:

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Salve a tutti i possessori dei Nabaztag,

per chi non lo sapesse, la Mindscape società che ha acquistato i nostri conigli dopo il fallimento della Violet, in seguito ad una procedura d’insolvenza ha comunicato che non potrà più supportare i server dei Nabaztag.
Qualche giorno fa ha rilasciato i sorgenti dei conigli, affinchè ogni community possa costruire un proprio server.
Nel nostro forum ci stiamo organizzando per comporre un equipe di sostegno al progetto.
Come aveva già anticipato la Mindscape, tra oggi e domani tutti i conigli si spegneranno per sempre!

Per ulteriori informazioni, consulta le apposite sezioni sul forum.

Lo staff di nabaztag:italia
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La prematura dipartita è avvenuta quando Mindscape, la software house francese a capo di Violet, ha deciso di staccare la spina di nabaztag.com, il server che aggiornava le funzioni degli smart rabbit (nabaztag in armeno significa ” coniglio”).

C’è ancora una flebile speranza visto che il codice sorgente del sito è stato rilasciato, per cercare di salvare i coniglietti. In questo modo infatti un salvatore nella comunità di possessori degli smart rabbit, potrebbe decidere di recuperare questo codice e avviare un nuovo server in grado di garantire un servizio migliore, in qualche altro angolo sicuro della rete.

Comunque questo è un addio al gadget tecnologico più figo del decennio, a meno che qualche brava persona non mi aiuti a tirare su un server per farli riaccendere!

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Qt Day a Firenze il 17 Maggio!

qt day 300w Qt Day a Firenze il 17 Maggio!

Develer organizza a Firenze, il 17 Maggio, il Qt Day: workshop gratuito dedicato al framework Qt di Nokia.

Il workshop comprenderà una carrellata sulle ultime feature introdotte ai Qt Dev Days 2010, ed una panoramica sulla roadmap sui futuri sviluppi del framework Nokia in base agli ultimi accordi con microsoft e il passaggio sotto Digia.

La partecipazione è gratuita ma, vista la disponibilità limitata di posti, è consigliato registrarsi all’evento direttamente online: http://qtday2011.eventbrite.com/.

Il workshop sarà tenuto presso la Casa della Creatività, in Vicolo di Santa Maria maggiore 1, a due passi dalla stazione centrale di Firenze.

Il Qt Day si svolgerà a partire dalle ore 09.30 fino alle ore 18.00 circa.

Per visionare il programma dell’evento: www.develer.com

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